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Forse ne "Le Belve di Detroit" di Felice Massimo Piccolantonio ritroviamo le "notti di follie", non d'amore in questo caso, ma su sfondi di violenza che ricordano le ambientazioni lugubri e bislacche di "Arancia Meccanica" di Anthony Burgess portato sul grande schermo da Stanley Kubrick. Una violenza spietata nella sua crudezza, che non contempla esitazione alcuna e si attua impeccabile, fredda, così come é pensata, generando altra violenza. Violenza che genera violenza e che degenera in altra violenza. Anche questo presente in Arancia Meccanica dove però la causa prima é rilevabile in una futuristica noia generazionale, mentre ne "Le Belve di Detroit" sembra essere una necessità inevitabile, l'unica via di uscita per porre fine, a tempo debito, alla fame di vendetta o di riscatto personale. Il protagonista, Bob Caine, é perfettamente inserito in questo contesto, così come lo sono gli altri personaggi tutti sanno infatti molto bene cosa sia il male, perché lo subiscono o perché lo attuano. Tuttavia, a differenza degli altri, Bob Caine assume, in momenti diversi, sia il ruolo di vittima che di carnefice, preservando nelle varie situazioni la costante di una certa impassibilità.
Tratto dalla prefazione di Francesca De Masi.
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