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L’angoscia, la vulnerabile sensibilità, il carattere sempre insoddisfatto nel valutare i raggiungimenti della propria arte espressi da Boccioni nei Taccuini (1907-1908) con l’adesione al futurismo del 1910 si incanalano in una direzione rivoluzionaria, a lungo invocata dall’artista. «Ora comprendo la febbre, la passione, l’amore, la violenza delle quali si parla quando si dice creare! Ma perché prima non era così? Forse ero così; ma i dolori e gli scoraggiamenti mi trattenevano a terra. Come comprendo le parole di Marinetti: nessuna opera che non abbia un carattere aggressivo può essere un capolavoro!». I Taccuini non ci aiutano a comprendere le ragioni di questo cambiamento perché l’artista li interrompe nel 1908, in epoca prefuturista. Alla scrittura autobiografica tornerà nel 1915, con il Diario di guerra, quando l’avventura del futurismo sembra non soddisfarlo più. Scrive infatti: «Sento in me un’anima nuova, una coscienza temprata a un continuo divenire e la forza di un lavoro inestinguibile». Riemerge l’inquietudine, la sete inappagata di una creazione intesa romanticamente come meta titanica: «Costruire, costruire, creare! Creare fino alla consumazione! Ma sono ancora troppo borghese, accademico, lento e compassato! Sento un furore rabbioso di rovesciare, di squassare, di violentare, d’assaltare, di ferirmi, tagliarmi, sanguinare! Ci vuol della follia! Della follia delirante!». Tra i Taccuini e il Diario di guerra non c’è collegamento così come non c’è, per Boccioni, possibilità di comunicazione tra arte e vita. È troppo totalizzante l’esperienza creativa per confonderla con la vita, e quel nuovo che si prefigge nell’intimità dello studio e che già esprime negli sfoghi appassionati dei Taccuini non trova mai una risposta definitiva.
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