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Quando una ragazza torna a casa e scopre che Ana, la sua compagna, se n’è andata, decide di restare. Aspettare. Obbedire a una regola non detta che la relazione stessa ha imposto: bere molta acqua, e soprattutto non mangiare. Il digiuno diventa intimità, una forma di amore, il corpo il luogo dove l’assenza prende forma. Nell’attesa, ripercorre i corridoi della memoria: la madre, la nonna, l’infanzia nel paese lungo il fiume, tra le piantagioni di canna da zucchero. E tra le voci riaffiora Ana: i suoi distorti giochi di potere, la sua manipolazione emotiva, che a tratti ricordano un racconto di Carmen Maria Machado. Mangiare, qui, è «far sparire il cibo»: non mangiare è sparire insieme. Il digiuno provoca debolezza, vertigini, sudore, confusione, ma anche una strana lucidità, una complicità segreta, un piacere che sfiora il delirio. Il corpo parla delle sue storie più intime, del desiderio di sparire e consumarsi insieme al dolore: del sogno distorto di contemplare la propria immagine in uno specchio e scoprirsi finalmente invisibile. Con Autofagia Alaíde Ventura Medina ha scritto un romanzo fragile e implacabile, che esplora l’ansia, il legame amoroso e il bisogno di controllo attraverso una scrittura tesa, minimale, ipnotica. Un’esperienza fisica della parola che, come in Clarice Lispector e Annie Ernaux, scava fino a torturare.
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